Gli investimenti diretti esteri in Italia — così come gli investimenti in uscita dall’Italia — si inseriscono in un quadro normativo europeo e nazionale che incide sulle modalità con cui gli investitori accedono al mercato, strutturano il veicolo societario, acquisiscono attività, ottengono le necessarie autorizzazioni e rimpatriano il valore dell’investimento.

Gli investitori esteri in entrata devono valutare la normativa societaria italiana, le disposizioni dell’Unione europea, il controllo ai sensi della disciplina Golden Power, la normativa antitrust, fiscale e giuslavoristica, nonché le autorizzazioni specifiche di settore. Le società italiane che investono all’estero devono coordinare le autorizzazioni societarie, la strutturazione fiscale, le verifiche relative alle sanzioni e ai controlli sulle esportazioni, le valutazioni in materia valutaria e i meccanismi di screening degli investimenti diretti esteri previsti dal Paese di destinazione. Considerare un investimento in Italia come una decisione di natura esclusivamente commerciale, senza prima definire il quadro normativo e le modalità di esecuzione dell’operazione, rappresenta il modo più comune per generare ritardi, condizioni aggiuntive o passività successive al closing.

Perché gli FDI e gli ODI in Italia sono differenti

Gli investimenti diretti esteri in Italia si differenziano da quelli effettuati in molte altre giurisdizioni poiché il mercato è aperto ai capitali stranieri, ma l’esecuzione delle operazioni è fortemente influenzata dalle formalità societarie, dalla normativa dell’Unione europea, dalla vigilanza specifica di settore e dalla struttura della società target italiana o del veicolo di investimento.

Sul versante degli investimenti in entrata, gli investitori stranieri accedono generalmente al mercato italiano attraverso la costituzione di una società controllata, l’apertura di una succursale, l’acquisizione di una società italiana esistente oppure la costituzione di una joint venture con un partner locale. Il quadro giuridico di base è flessibile, ma l’esecuzione pratica dell’operazione è caratterizzata da specifiche formalità. La costituzione di società, i trasferimenti di partecipazioni, gli aumenti di capitale, le modifiche statutarie e determinati atti societari richiedono l’intervento notarile, l’espletamento di adempimenti presso il Registro delle Imprese competente, registrazioni fiscali e il coordinamento con banche, commercialisti e autorità pubbliche.

Il principale meccanismo di controllo normativo per gli investimenti in settori sensibili è rappresentato dalla disciplina italiana del Golden Power. Il Governo italiano può esaminare, subordinare a condizioni o, in casi eccezionali, opporsi a operazioni che coinvolgano società attive in settori strategici o titolari di asset strategici. Questi comprendono, a seconda dei casi, la difesa e la sicurezza nazionale, l’energia, i trasporti, le comunicazioni, le infrastrutture finanziarie, la sanità, i dati, il cloud, l’intelligenza artificiale, le tecnologie critiche e altri asset rilevanti per gli interessi nazionali. Per gli investitori stranieri, la questione non consiste soltanto nello stabilire se l’operazione sia soggetta a obbligo di notifica, ma anche nel verificare se la struttura dell’operazione, i diritti di governance, gli accordi tra soci, il finanziamento o i meccanismi di controllo successivi al closing possano determinare l’assoggettamento al controllo.

Sul versante degli investimenti in uscita, l’Italia non applica un regime di controllo dei capitali paragonabile a quello vigente in alcune giurisdizioni extra-UE. Tuttavia, gli investimenti diretti all’estero effettuati da società italiane richiedono comunque un’attenta strutturazione. L’investitore deve valutare le autorizzazioni societarie, l’impatto fiscale, la disciplina del transfer pricing, le norme relative alle società estere controllate (CFC), la normativa antiriciclaggio, le sanzioni, le restrizioni in materia di controllo delle esportazioni e le regole sullo screening degli investimenti esteri previste dal Paese di destinazione.

Al di là del regime formale, in Italia il rischio connesso all’esecuzione dell’operazione deriva spesso dalle tempistiche e dalla documentazione. Un’operazione può essere concordata sotto il profilo commerciale, ma dipendere ancora dalla disponibilità del notaio, dalla legalizzazione o dall’apposizione dell’Apostille sui documenti societari provenienti dall’estero, dall’apertura di un conto bancario, dall’attribuzione del codice fiscale, dalla disponibilità delle informazioni relative alla titolarità effettiva, dagli adempimenti antitrust, dalla strategia di notifica ai sensi della disciplina Golden Power o dalle autorizzazioni specifiche di settore. Una gestione efficace degli FDI e degli ODI in Italia richiede di collegare l’obiettivo commerciale agli adempimenti giuridici necessari per rendere concretamente eseguibile l’investimento.

FDI in Italia: accesso al mercato e opportunità

Per investire in Italia, una società straniera deve innanzitutto determinare se l’attività che intende svolgere richieda una specifica licenza, una notifica o un’autorizzazione da parte dell’autorità competente. L’investitore seleziona quindi la struttura più appropriata per l’ingresso nel mercato: una società controllata italiana interamente partecipata, una succursale, l’acquisizione di una società esistente, un’acquisizione di asset oppure una joint venture con un partner italiano.

I veicoli di investimento più comuni sono la società a responsabilità limitata (S.r.l.) e la società per azioni (S.p.A.). La S.r.l. è frequentemente utilizzata per società non quotate, società controllate e attività soggette a controllo societario, poiché offre flessibilità sotto il profilo della governance e della struttura del capitale. La S.p.A. è più comune per imprese di maggiori dimensioni, settori regolamentati o strutture caratterizzate da assetti partecipativi più complessi. Una succursale può risultare appropriata qualora la società straniera intenda operare direttamente in Italia senza costituire un’entità giuridica distinta, ma non garantisce la medesima separazione patrimoniale e di responsabilità offerta da una società controllata.

L’Italia offre opportunità nei settori in cui il know-how locale, la capacità industriale, il valore dei marchi e l’integrazione delle catene di approvvigionamento sono particolarmente consolidati. Il settore manifatturiero, i macchinari, la componentistica automobilistica, il food & beverage, la moda, il design, le scienze della vita, la logistica, le energie rinnovabili, la tecnologia e i marchi di beni di consumo continuano a rappresentare aree di interesse per gli investitori stranieri.

Le principali difficoltà pratiche connesse all’ingresso di investitori stranieri nel mercato italiano sono ben note: individuare la struttura più adeguata, gestire le formalità notarili e gli adempimenti presso il Registro delle Imprese, aprire conti bancari, coordinare i processi fiscali e contabili, assumere dipendenti, implementare le procedure previste dal GDPR e valutare se l’attività rientri nell’ambito di applicazione della disciplina Golden Power o di normative specifiche di settore. La decisione relativa alle modalità di ingresso nel mercato non costituisce, pertanto, una mera scelta organizzativa iniziale, ma rappresenta il fondamento per la successiva governance, il finanziamento, la compliance e il disinvestimento.

Due Diligence e valutazione degli aspetti regolamentari

La due diligence legale relativa a un investimento in Italia si concentra sui rischi specifici delle società italiane e del contesto normativo italiano. Nella pratica, essa si articola in diversi ambiti di analisi condotti parallelamente, ciascuno dei quali fornisce risultanze che l’investitore può considerare nella determinazione del prezzo, nella strutturazione dell’operazione o rispetto alle quali può prevedere specifiche tutele nella documentazione contrattuale dell’operazione.

  • Analisi legale e societaria — Esaminiamo la storia societaria della target, lo statuto, le delibere dei soci, i libri sociali, la struttura dell’azionariato, le procure, i poteri degli amministratori, le operazioni con parti correlate, gli accordi di finanziamento e le eventuali limitazioni al trasferimento delle partecipazioni. Nelle società a conduzione familiare o guidate dai fondatori, l’analisi si concentra altresì sulla verifica della corrispondenza tra titolarità formale e controllo effettivo.
  • Analisi regolamentare e delle autorizzazioni — Valutiamo se le attività della target richiedano licenze, registrazioni, permessi, autorizzazioni amministrative o altri adempimenti. A seconda del settore, l’analisi può riguardare la normativa finanziaria, sanitaria, energetica, delle telecomunicazioni, dei trasporti, ambientale, degli appalti pubblici o ulteriori profili regolamentari. Qualora siano coinvolti asset strategici, valutiamo altresì se possa essere necessaria una notifica ai sensi della disciplina Golden Power.
  • Analisi giuslavoristica e operativa — La normativa italiana in materia di lavoro può incidere in misura significativa sulla valutazione dell’investimento e sulla flessibilità successiva al closing. Esaminiamo i contratti di lavoro, i contratti collettivi, gli accordi con i dirigenti, i rapporti con consulenti e agenti, i contributi previdenziali, la conformità alla normativa in materia di salute e sicurezza sul lavoro, il contenzioso e le passività connesse al personale.
  • Analisi fiscale, contabile e finanziaria — La due diligence fiscale e contabile riguarda l’imposta sul reddito delle società, l’IVA, le ritenute fiscali, gli oneri fiscali relativi al personale, il transfer pricing, gli incentivi, le verifiche fiscali, le scritture contabili e i bilanci. L’obiettivo è individuare i rischi che possano incidere sul prezzo, sulle indennità, sui meccanismi di escrow o sugli interventi correttivi successivi al closing.
  • Analisi dei dati, della proprietà intellettuale e della compliance — Per le imprese tecnologiche, operanti nel settore dei consumatori, con un’elevata componente di personale o basate sull’utilizzo dei dati, valutiamo la conformità al GDPR, le misure di cybersecurity, la titolarità dei diritti di proprietà intellettuale, le licenze software, i segreti commerciali, i presidi anticorruzione, gli obblighi in materia di antiriciclaggio e le procedure interne.

Un limite pratico ricorrente è rappresentato dal fatto che le società target italiane, in particolare le PMI, potrebbero non disporre sempre di una documentazione interna pienamente standardizzata. La società può essere solida sotto il profilo commerciale, ma la governance societaria, la documentazione relativa ai rapporti di lavoro, i documenti in materia di privacy, i contratti o le autorizzazioni interne possono richiedere interventi correttivi. Per questo motivo, la due diligence relativa a un investimento FDI in Italia dovrebbe produrre un registro dei rischi, anziché un mero archivio descrittivo: ciascuna risultanza dovrebbe tradursi in un adeguamento del prezzo, una condizione sospensiva, un obbligo di indennizzo, un covenant, un meccanismo di escrow o un intervento da attuare in fase di integrazione.

ODI: società italiane che investono all’estero

Gli investimenti diretti all’estero effettuati dall’Italia non richiedono, di norma, un’unica autorizzazione centralizzata equivalente al controllo Golden Power previsto per gli investimenti in entrata. Tuttavia, le società italiane che investono all’estero devono comunque effettuare una valutazione strutturata sotto il profilo giuridico, fiscale e regolamentare prima di impegnare il capitale.

Il primo livello riguarda le autorizzazioni societarie. La società italiana deve approvare l’investimento attraverso l’organo societario competente, verificare i poteri degli amministratori, valutare se sia necessaria l’approvazione dei soci e documentare l’operazione in conformità con il proprio statuto, le regole di governance, gli accordi di finanziamento e le politiche di gruppo.

Il secondo livello riguarda la strutturazione fiscale e contabile. L’investitore deve valutare il ricorso a una società controllata locale, una succursale, una holding, una joint venture o un veicolo di acquisizione; il trattamento di dividendi, interessi, royalties, plusvalenze, ritenute fiscali, transfer pricing e disciplina delle società estere controllate (CFC); nonché l’impatto contabile dell’investimento. La struttura deve risultare funzionale sia in Italia sia nel Paese di destinazione.

Il terzo livello riguarda la valutazione degli aspetti regolamentari e delle sanzioni. Gli investitori italiani devono tenere conto delle sanzioni dell’Unione europea, delle norme in materia di controllo delle esportazioni, dei beni a duplice uso, degli obblighi antiriciclaggio, dei rischi di corruzione e delle restrizioni specifiche di settore. Qualora il Paese di destinazione disponga di un proprio regime di screening degli investimenti diretti esteri, l’investitore italiano potrebbe inoltre dover ottenere un’autorizzazione locale prima di acquisire partecipazioni, asset, terreni, tecnologie o imprese operanti in settori regolamentati.

La principale difficoltà pratica risiede nel coordinamento. Un investimento all’estero può comportare autorizzazioni societarie in Italia, analisi fiscali italiane, procedure bancarie e di pagamento, adempimenti per la costituzione di società o l’acquisizione di imprese all’estero, procedure di screening degli investimenti esteri nel Paese di destinazione e contratti transfrontalieri. Se tali attività non vengono correttamente coordinate e sequenziate, l’investimento può subire ritardi, risultare insufficientemente finanziato o essere assoggettato a condizioni regolamentari che non erano state considerate nella determinazione delle condizioni economiche dell’operazione.

Sezione 6 · Compliance degli investimenti e gestione del rischio

La compliance relativa agli investimenti in Italia prosegue ben oltre il momento in cui il capitale è entrato nel Paese o ne è uscito. Una volta costituito o acquisito un veicolo societario italiano, l’investitore deve garantire che l’entità continui a essere pienamente conforme agli obblighi societari, fiscali, giuslavoristici, contabili, in materia di protezione dei dati e specifici di settore.

  • Obblighi continuativi delle società italiane — Le società devono tenere regolarmente i libri sociali, approvare il bilancio annuale, depositare il bilancio presso il Registro delle Imprese, aggiornare le informazioni societarie, gestire gli adempimenti fiscali, tenere le scritture contabili e comunicare, ove applicabile, le informazioni relative alla titolarità effettiva. Le modifiche riguardanti gli amministratori, la sede legale, il capitale, lo statuto o le procure devono essere debitamente approvate e depositate.
  • Monitoraggio Golden Power e regolamentare — Per le società operanti in settori strategici, gli obblighi di compliance non si esauriscono con la notifica iniziale. Successive modifiche dell’assetto proprietario, dei diritti di governance, degli accordi tra soci, dei finanziamenti, dei trasferimenti di asset o delle riorganizzazioni societarie possono richiedere ulteriori valutazioni. Anche le licenze e le autorizzazioni specifiche di settore potrebbero dover essere aggiornate a seguito dell’investimento.
  • Fiscalità, transfer pricing e flussi infragruppo — Gli investimenti transfrontalieri comportano frequentemente servizi infragruppo, finanziamenti, royalties, management fees, accordi di ripartizione dei costi e distribuzione di dividendi. Tali flussi devono essere conformi alla normativa fiscale italiana, agli obblighi documentali in materia di transfer pricing, all’analisi delle ritenute fiscali e al quadro normativo previsto dalle pertinenti convenzioni contro le doppie imposizioni.
  • Anticorruzione, antiriciclaggio e sanzioni — Gli investitori devono gestire gli aspetti relativi alla titolarità effettiva, i controlli antiriciclaggio, le verifiche sulle terze parti, i rapporti con il settore pubblico, gli omaggi e le spese di rappresentanza, l’esposizione a regimi sanzionatori e i controlli interni. Ciò assume particolare rilevanza quando l’investimento riguarda settori regolamentati, contratti pubblici, flussi finanziari o giurisdizioni ad alto rischio.
  • Rischi giuslavoristici e di integrazione — A seguito di un’acquisizione o della costituzione di una società, l’investitore deve allineare i contratti di lavoro, le politiche in materia di risorse umane, le procedure relative alla salute e sicurezza sul lavoro, la gestione delle retribuzioni, la contrattazione collettiva e i poteri del management alla normativa italiana. Le problematiche relative al personale possono generare passività immediate qualora siano considerate meri aspetti amministrativi successivi al closing anziché rischi connessi all’investimento.

Sezione 7 · Struttura ed esecuzione dell’operazione

La struttura dell’investimento determina ciò che l’investitore potrà fare una volta completata l’operazione. Una S.r.l. italiana di nuova costituzione può rappresentare la soluzione più efficiente per un ingresso controllato nel mercato; una S.p.A. può risultare più appropriata per investimenti di maggiori dimensioni o in settori regolamentati; una succursale può ridurre la separazione societaria, ma semplificare l’operatività diretta; una joint venture può essere utile quando la conoscenza del mercato locale, le licenze o i rapporti commerciali rivestono un ruolo determinante; un’acquisizione consente all’investitore di subentrare in un’attività esistente, con i relativi contratti, personale, licenze e pregressa storia aziendale.

La negoziazione contrattuale in Italia deve essere coordinata con le modalità di esecuzione dell’operazione. I contratti di compravendita di partecipazioni, gli accordi di investimento, gli accordi di joint venture, i patti parasociali, i contratti di trasferimento di asset e i documenti accessori devono riflettere le risultanze della due diligence e l’iter regolamentare necessario per il closing. Le condizioni sospensive possono includere l’autorizzazione ai sensi della disciplina Golden Power, l’autorizzazione antitrust, i consensi di terzi, le autorizzazioni bancarie, la documentazione notarile, le delibere societarie o le autorizzazioni specifiche di settore.

L’esecuzione dell’operazione è spesso condizionata da specifiche formalità. I documenti societari stranieri possono richiedere autenticazione notarile, apposizione di apostille o legalizzazione, traduzione giurata, attribuzione del codice fiscale e verifica dei poteri di firma. Il closing può richiedere il coordinamento tra avvocati, notai, banche, commercialisti, consulenti fiscali, registri e autorità pubbliche.

L’attività pratica connessa all’esecuzione consiste nel coordinare correttamente il trasferimento della titolarità, il controllo, i flussi finanziari, gli adempimenti e le autorizzazioni. Un investitore straniero non dovrebbe scoprire al momento del closing che i fondi non possono essere trasferiti, che una procura non è utilizzabile, che un adempimento presso il registro è bloccato o che una notifica obbligatoria è stata omessa. La struttura giuridica deve pertanto essere definita tenendo conto del processo di closing sin dalla prima bozza della documentazione contrattuale.

Il nostro ruolo come consulenti in materia di FDI e ODI in Italia

In qualità di studio legale operante in Italia nel settore degli FDI e degli ODI, D’Andrea & Partners assiste gli investitori stranieri che intendono investire in Italia e le società italiane che investono all’estero. I nostri avvocati abilitati in Italia forniscono assistenza nella strutturazione societaria, nella valutazione degli aspetti regolamentari, nella due diligence, nell’analisi della disciplina Golden Power, nella predisposizione della documentazione contrattuale dell’operazione, nella costituzione di società, negli adempimenti, nel coordinamento del closing e nella compliance successiva all’investimento.

Per gli investitori in entrata, forniamo assistenza nella pianificazione dell’ingresso nel mercato, dalla scelta iniziale della struttura fino all’avvio dell’operatività. Ciò comprende la scelta tra società controllata, succursale, joint venture o acquisizione; la predisposizione della documentazione societaria; il coordinamento con notai, commercialisti, banche e registri; la valutazione degli obblighi di notifica previsti dalla normativa applicabile; e l’allineamento del veicolo societario italiano alla governance di gruppo dell’investitore.

Per gli investitori in uscita, coordiniamo gli aspetti italiani dell’investimento con i requisiti previsti dal Paese di destinazione. Ciò comprende le autorizzazioni societarie, l’analisi fiscale e della struttura di holding, le verifiche in materia di sanzioni e controllo delle esportazioni, gli accordi di investimento, il coordinamento con i consulenti legali locali e la governance successiva all’investimento.

La nostra attività di consulenza è concepita secondo un approccio integrato: gli ambiti legale, fiscale, societario, giuslavoristico e di compliance sono coordinati nell’ambito di un unico incarico. Per la maggior parte dei clienti, ciò significa essere assistiti, dalla prima decisione di investimento, attraverso il processo regolamentare e di esecuzione dell’operazione, fino all’integrazione successiva all’investimento, da un unico team che comprende sia il quadro giuridico italiano sia l’obiettivo commerciale transfrontaliero.

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