Il 1° settembre 2025 è entrata ufficialmente in vigore la tanto attesa Interpretazione (II) della Corte Suprema del Popolo della Repubblica Popolare Cinese su alcune questioni relative all’applicazione della legge nei processi di controversie di lavoro (di seguito “Interpretazione (II)”). Tra le sue disposizioni, l’articolo 19, per la sua posizione di rilievo e le chiare conseguenze giuridiche, ha suscitato ampia attenzione sia tra i datori di lavoro sia tra i lavoratori.
L’articolo in questione affronta direttamente la pratica diffusa del cosiddetto “rimborso in contanti della previdenza sociale” o della “rinuncia volontaria alla previdenza sociale”, ribadendo il carattere obbligatorio dei contributi previdenziali. Questa interpretazione giurisprudenziale pone fine alle divergenze interpretative che per anni hanno caratterizzato le decisioni dei tribunali delle diverse regioni circa l’efficacia giuridica degli accordi di “rinuncia volontaria alla previdenza sociale”, fornendo così uno standard uniforme di applicazione del diritto.
1. Contesto della disposizione
La previdenza sociale costituisce un elemento fondamentale del sistema assicurativo, e rappresenta un obbligo legale per datori di lavoro e lavoratori. Nella prassi, tuttavia, molti datori di lavoro – per ridurre i costi del lavoro – non versano i contributi previdenziali dovuti ai propri dipendenti; alcuni, invece, erogano somme in contanti sotto forma di “indennità per la previdenza sociale”, invitando i dipendenti ad acquistare autonomamente un’assicurazione pensionistica per residenti urbani o rurali.
Parallelamente, alcuni lavoratori, in particolare i più giovani, non percepiscono pienamente l’importanza della partecipazione al sistema previdenziale e, per ottenere un maggiore reddito immediato, firmano volontariamente accordi con i datori di lavoro impegnandosi a rinunciare al pagamento dei contributi previdenziali.
In passato, i tribunali cinesi non avevano criteri uniformi per stabilire se un dipendente che aveva rinunciato volontariamente alla previdenza sociale potesse comunque richiedere un’indennità economica. La Corte Suprema del Popolo della Repubblica Popolare Cinese ha quindi pubblicato un caso tipico sul tema dell’“invalidità di un accordo di non pagamento dei contributi previdenziali e del diritto del lavoratore a chiedere un’indennità economica in caso di risoluzione del contratto di lavoro”, uniformando tali principi a livello nazionale attraverso la presente interpretazione giurisprudenziale.
2. Case study pubblicato dalla Corte Suprema: la controversia di lavoro tra Zhu e una società di servizi di sicurezza
Dettagli del caso
Nel luglio 2022, Zhu fu assunto da una società di servizi di sicurezza. Le parti concordarono che la società non avrebbe versato i contributi previdenziali per Zhu, ma gli avrebbe corrisposto l’importo equivalente sotto forma di indennità.
La società, di conseguenza, non versò i contributi. Zhu ritenne che tale accordo, predisposto unilateralmente dalla società, lo privasse dei suoi diritti legali, fosse contrario alle leggi e regolamenti vigenti e quindi privo di effetti giuridici.
Su questa base, Zhu risolse il contratto di lavoro e si rivolse al Comitato per l’arbitrato delle controversie in materia di lavoro e personale, chiedendo che la società gli versasse un’indennità economica per la cessazione del rapporto e altri risarcimenti.
Il Comitato respinse la richiesta di indennità economica, e Zhu presentò ricorso al tribunale popolare.
Decisione
Il tribunale stabilì che il pagamento dei contributi previdenziali è un obbligo legale di entrambe le parti del rapporto di lavoro, e che tale obbligo non può essere derogato da accordi privati, salvo i casi espressamente previsti dalla legge.
L’accordo tra le parti che escludeva il pagamento dei contributi previdenziali fu quindi dichiarato nullo.
Poiché la società non aveva versato i contributi dovuti, la decisione di Zhu di risolvere il contratto era giustificata, e la società fu condannata a corrispondergli l’indennità economica prevista per la cessazione del rapporto di lavoro.
Questo caso chiarisce il principio fondamentale secondo cui qualsiasi accordo tra datore di lavoro e lavoratore volto a escludere il pagamento dei contributi previdenziali è nullo, principio che costituisce la piena attuazione delle regole contenute nell’articolo 19 dell’Interpretazione (II).
3. Principi fondamentali dell’articolo 19
- Qualsiasi accordo o “rinuncia” da parte del dipendente che escluda i contributi previdenziali è nullo.
- Se il datore di lavoro non versa i contributi previdenziali obbligatori, il dipendente può risolvere il contratto ai sensi dell’articolo 38 della Legge sui contratti di lavoro e chiedere la liquidazione prevista dalla legge.
- Se successivamente il datore di lavoro versa retroattivamente i contributi, può chiedere la restituzione di eventuali somme precedentemente corrisposte al dipendente a titolo di “indennità sostitutiva della previdenza sociale”.
Confermando la nullità di tali accordi, l’articolo 19 offre ai dipendenti un mezzo di tutela più efficace, semplificando le condizioni per la difesa dei propri diritti. Al contempo, impedisce che il lavoratore tragga un doppio vantaggio dalle prestazioni previdenziali, bilanciando la tutela giudiziaria dei diritti dei dipendenti con l’esigenza di mantenere un ordine economico equo e corretto.
L’obbligo di versare i contributi previdenziali è ribadito nell’articolo 19. Si precisa inoltre che il versamento dei contributi previdenziali è una disposizione inderogabile espressamente prevista dalla legge e non rientra nell’ambito dell’autonomia delle parti.
L’articolo 72 della Legge sul lavoro stabilisce che: “I datori di lavoro e i lavoratori devono concorrere alla previdenza sociale e versare i contributi previsti dalla legge”.
4. Impatto sostanziale
L’articolo 19 incentiva i datori di lavoro a gestire correttamente i rischi occupazionali attraverso il versamento regolare dei contributi previdenziali, orienta i dipendenti a tutelare i propri interessi a lungo termine e valorizza il ruolo del sistema previdenziale come strumento di protezione e miglioramento del benessere collettivo.
Per i dipendenti, i loro diritti e interessi sono meglio tutelati. Anche se in precedenza hanno concordato con i datori di lavoro di non versare i contributi previdenziali, resta possibile risolvere il contratto e chiedere un’indennità qualora il datore di lavoro non rispetti la legge non versando i contributi. Ciò fornisce ai dipendenti una chiara base giuridica e un fondamento procedurale per contrastare le violazioni.
Per i datori di lavoro, questa disposizione aumenta il costo della non conformità. Una volta accertato che un datore di lavoro non ha versato i contributi previdenziali in conformità con la legge, questi non solo dovrà far fronte all’obbligo di versare i contributi previdenziali arretrati, ma dovrà anche pagare il corrispondente risarcimento economico. Inoltre, potrebbe persino trovarsi nella situazione in cui i dipendenti chiedano la restituzione dei sussidi previdenziali. Ciò spingerà i datori di lavoro a prestare maggiore attenzione alla questione del pagamento dei contributi previdenziali, a rafforzare la gestione interna, a regolamentare le pratiche di assunzione e a evitare di subire perdite maggiori per guadagni minori.
Nella prassi giudiziaria, tale disposizione offre ai tribunali un criterio chiaro e uniforme per risolvere le controversie in materia di diritto del lavoro, migliorando l’efficienza e la coerenza delle decisioni, e rafforzando la credibilità della giustizia.
5. Conclusione
La partecipazione alla previdenza sociale è al contempo un diritto e un obbligo legale che grava su datori di lavoro e dipendenti. L’Interpretazione (II) rafforza il carattere obbligatorio dei contributi previdenziali, uniforma gli standard di giudizio e guida le parti verso una visione di lungo periodo, contribuendo alla costruzione di relazioni di lavoro armoniose e stabili.