Ostentare una vita lussuosa sui social network come Facebook, Wechat, Instagram, è una moda sempre più diffusa. Spesso, infatti, non si resiste alla tentazione di condividere pubblicamente gli ultimi acquisti effettuati, i viaggi, le cene eleganti, le automobili possedute. Questa vanità può, però, costare cara. In Italia, la giurisprudenza ha finito per considerare la documentazione estratta dai profili social come prova per l’accertamento di redditi non dichiarati, sia ai fini tributari che per la quantificazione dell’assegno di mantenimento e dell’assegno divorzile.

Ciò è possibile perché i contenuti caricati dagli utenti dei social network sui profili e sulle pagine personali non sono tutelati sotto il profilo della riservatezza, a differenza dei messaggi privati. La giurisprudenza italiana osserva, infatti, che anche nel caso in cui “l’accesso a questi contenuti sia limitato secondo le impostazioni della privacy scelte dal singolo utente, deve ritenersi che le informazioni e le fotografie che vengono pubblicate sul proprio profilo non siano assistite dalla segretezza, che al contrario, accompagna quelle contenute nei messaggi scambiati utilizzando il servizio di messaggistica (o di chat) fornito da social network; mentre queste ultime, infatti, possono essere assimilate a forme di corrispondenza privata, e come tali devono ricevere la massima tutela sotto il profilo della divulgazione, quelle pubblicate sul proprio profilo personale, proprio in quanto già di per se destinate ad essere conosciute da soggetti terzi, sebbene rientranti nell’ambito della cerchia delle c.d. “amicizie” del social network, non possono ritenersi assistite da tale protezione, dovendo, al contrario, essere considerate alla stregua di informazioni conoscibili da terzi”. Infatti, “nel momento in cui si pubblicano informazioni e foto sulla pagina dedicata al proprio profilo personale, si accetta il rischio che le stesse possano essere portate a conoscenza anche di terze persone non rientranti nell’ambito delle c.d. ‘amicizie’ accettate dall’utente, il che le rende, per il solo fatto della loro pubblicazione, conoscibili da terzi ed utilizzabile anche in sede giudiziaria” (Trib. S. M. Capua Vetere, decreto 13.06.2013).

Non stupisce, allora, che recentemente la Corte D’Appello di Brescia abbia rilevato l’esistenza di un’attività “molto probabilmente di redditi non dichiarati” in base alla documentazione estratta da Facebook (v. sent. n. 1664/2017).  Il Tribunale di Pesaro ha invece condannato un imprenditore, che dichiarava al fisco un reddito di poco superiore a 11.000 € annui, a versare un cospicuo assegno divorzile in favore della moglie, ritenendo che in realtà questi guadagnasse una cifra molto superiore in base alla documentazione fotografica comprendente vacanze prestigiose, moto e auto di lusso, estratta dai social network (v. sent. n. 295/2015). Simile è il caso di un marito che, al fine di non versare l’assegno di mantenimento alla moglie, sosteneva di non averne i mezzi, poiché costretto a vivere ai limiti della soglia di sopravvivenza. La Corte D’Appello di Ancona, infatti, basandosi sulle foto estratte dal profilo Facebook, e contenenti le prove di un’intensa vita mondana, con aperitivi, cene e party, respingeva l’appello del marito e lo condannava anche al pagamento delle spese processuali (sent. n. 331/2017).

È quindi bene fare attenzione a ciò che si pubblica sui social network. Per ulteriori informazioni o chiarimenti, non esitate a contattarci all’indirizzo info@dandreapartners.com